Chioggia.

Chioggia.
Canal Vena, ponte Zitelle.

giovedì 20 dicembre 2012

Harmenszoon van Rijn Rembrandt, di solito identificato  solo come Rembrandt  (15 luglio 1606  - 4 ottobre 1669), Natale
“Sono tempi di grande spettacolo, se volete, di grandi parate, ma di poche verità, tempo di apparenze più che di apparizioni.”
Padre David M. Turoldo.

… che di nuovo il Santo Natale ci aiuti ad essere …

Auguri!


venerdì 1 luglio 2011

LETTURE



Il Signor José è l'unico che ha un nome proprio, in questo romanzo. Il Signor José è scritturale ausiliario presso la Conservatoria Generale dell'Anagrafe di una città anche lei senza nome. Il Signor José è un modello di abnegazione al lavoro e rispetto delle gerarchie. Finché un giorno, dedicandosi alla sua collezione di ritagli di giornale e foto, s'imbatte nei dati di una sconosciuta. E il mite scritturale si trasforma in ladro e falsario, pur di rintracciare la donna senza volto.Dopo il grandioso affresco di Cecità, Saramago propone un'altra apocalisse, una strenua ricerca lungo quel sottile diaframma che separa la vita dalla morte.


«Forse Saramago, in questo bellissimo e malinconico libro, ci vuole descrivere una lotta per risalire nel tempo verso ciò che non è piú o ciò che non è stato mai».
Corriere della Sera

LETTURE







La Cripta dei cappuccini,luogo della sconfitta





di Francesco Ceraolo

Nel 1938, anno di stampa della Cripta dei cappuccini, Joseph Roth si trova esule a Parigi dalla Germania nazista. Vi arriva cinque anni prima – dopo la conclusione della lunga, quasi decennale, attività di reporter per il Frankfurter Zeitung e la pubblicazione berlinese, nel 1932, della Marcia di Radetzky, romanzo che segnerà la sua consacrazione ai vertici della letteratura mitteleuropea – e vi rimane fino al 1939, anno della sua morte. Durante l’esilio parigino – una sorta di postfazione a quel senso di ineluttabilità, si direbbe quasi di nemesi storica, gravante sull’intera vicissitudine umana dello scrittore ucraino – Roth scrive il lucido e crudele epicedio della Cripta dei cappuccini. La composizione di questa ”orazione funebre” – quasi un’invocazione testamentaria della sua vicenda artistica – rappresenta un capitolo essenziale dell’articolata parabola letteraria dedicata alla finis Austriae – che ha inizio con il romanzo giovanile Hotel Savoy (1924), prosegue nella Marcia di Radetzky e si conclude con La milleduesima notte (1938) – ed è il preludio all’opera che segnerà il definitivo epitaffio della sua arte – la terribile allegoria mistica della Leggenda del santo bevitore (1939), profetico e divinatorio racconto sul proprio penoso stato di proscrizione esistenziale indotto dall’alcolismo.
La forma del romanzo rispecchia i tratti caratteristici della letteratura mitteleuropea – la solitudine dell’uomo al cospetto della drammatica dimensione del reale, l’intensa carica utopica che da essa ne consegue e la tragica ironia con cui questa viene espressa – e mentre trova la sua premessa nel simbolismo “aristocratico” di Hugo von Hofmannsthal e nello stile narrativo – inteso a essere strumento di una conturbante analisi psicologica – di Arthur Schnitzler, precorre la prosa icastica e aneddotica di Elias Canetti.
Tema centrale della Cripta dei Cappuccini – metafora letteraria di una tragedia antropologica – è l’annullamento dell’identità culturale austriaca, il crollo della società nella quale essa si produce e la proiettiva, quasi speculare, crisi di individualità esistenziale operatasi a seguito del rovinoso epilogo e della drammatica distruzione dell’Impero Austro-ungarico. Questo era sorto dopo l’annessione dell’Ungheria all’Impero austriaco nel 1867 e si era configurato come confederazione di stati unificata sotto il regno di Francesco Giuseppe. L’articolato sistema di intese europee – come la Triplice Alleanza con Germania e Italia – aveva assicurato all’Impero un lungo periodo di pace, bruscamente spezzato nel 1914 con l'assassinio dell'erede al trono austriaco, l'arciduca Francesco Ferdinando. La conseguente Prima guerra mondiale ne aveva decretato il compimento. A causa della pesante sconfitta conseguita, l'Impero austro-ungarico si era frammentato in diversi territori nazionali: in Austria si era instaurato uno Stato corporativo ed autoritario sotto un cancellierato federale, le cui politiche filonaziste avevano portato il 10 aprile del 1938, a seguito dell’avvenuta occupazione tedesca, alla formalizzazione referendaria dell’annessione al Terzo Reich.Le tre fasi dell’apologia storica dell’Impero – ovvero la nascita nel nome di una pax augustea, il trapasso della guerra, il declino rovinoso e l’annientamento davanti alla follia nazista – corrispondono ad altrettanti stadi del romanzo: Francesco Ferdinando, giovane erede dell’aristocratica casata dei Trotta, – il cui titolo nobiliare gli era stato conferito dopo le gesta eroiche del luogotenente Joseph Trotta, zio del protagonista, che durante la battaglia di Solferino (1859) aveva salvato la vita all’imperatore Francesco Giuseppe – conduce un’esistenza disagiata tra le facezie e gli ozi del rarefatto e dorato universo aristocratico della Vienna absburgica. L’occasione per rifuggire il proprio malessere – che risiede nella lucida consapevolezza del declino oramai irreversibile a cui è destinato il mondo al quale appartiene – gliela offre l’invito di Manes Reisiger (un vetturino galiziano conosciuto attraverso il cugino Joseph Branco) a lasciare Vienna per recarsi suo ospite a Zlotogrod, in Galizia. Partito dunque da Vienna – la cui involuzione culturale e storica della sua decadente cosmogonia si definisce ancor più compiutamente, contrapposta all’energica vitalità e all’animoso fervore dei personaggi che popolano la campagna slovena – si reca a Zlotogrod e vi rimane fino allo scoppio della guerra. Arruolatosi come “alfiere della riserva”e ottenuta la recluta nel reggimento degli ormai divenuti compagni di vita, Reisiger e Branco – “volevo morire insieme a loro, e non con dei ballerini di valzer” sentenzia il giovane Trotta, riferendosi ai suoi vecchi commilitoni – parte alla volta del fronte orientale dove viene catturato, insieme ai suoi due amici, dall’esercito russo. Come recluso in un campo di detenzione in Siberia e ospite del mercante di pellicce Jan Baranovitsc – un polacco a cui vengono affidate le cure dei tre soldati – l’alfiere Trotta passa gli anni di prigionia. Attorno all’eremo della casa di Jan Baranovitsc – la cui figura si definisce nel perimetro di una profonda integrità morale che illumina il fosco contesto di barbarie della guerra – la società europea, sprofondata nell’abisso della distruzione e dell’annientamento, rigenera e trasforma la sua identità civile. Tornato a Vienna la vigilia di Natale del 1918, trova ad accoglierlo un'aristocrazia che, privata dell’identità sociale che le era propria all’interno dell’assetto imperiale – “ora io cosa sono? Sono anch’io una capitalista?” chiede smarrita la madre del protagonista a Xaver, “uno dei pochi vetturini rimasti” – tenta di ricomporsi un ruolo nel contesto del nuovo ordinamento repubblicano. Lo sgomento antropologico di Francesco Trotta si concretizza davanti alle sedie color “giallo limone” e alle tende arancioni dell’atelier di “arti applicate” della moglie Elisabeth (la donna con cui si era sposato prima di partire per la guerra), primitivi codici ed idiomi dell’avanguardia culturale. L’insuccesso della ditta del suocero, alla quale si è associato, ratifica il fallimento del suo tentativo di costruirsi una solida esistenza borghese. Elisabeth, influenzata dalla professoressa Jolanth Szatmary – attraverso la cui descrizione caricaturale Roth ridicolizza l’inedita realtà post-bellica – lo abbandona per inseguire il sogno di fare l’attrice, nuova chimera della modernità.Per scongiurare una catastrofe finanziaria apre una pensione nella casa di famiglia, una sorta di metaforico nosocomio spirituale dove trovano alloggio i suoi vecchi amici, anch’essi sconfitti dalle alchimie dialettiche della Storia e divenuti ormai dei “senzatetto”. La successiva morte della madre – ultimo residuato di una generazione passata – e l’avvento del nazionalsocialismo trasformano definitivamente la sua rassegnazione afasica in vera e propria alienazione esistenziale. Impotente di fronte al proprio tracollo, Francesco Trotta visita la Cripta dei cappuccini – il luogo dove sono sepolti gli imperatori austriaci, il simbolo della scomparsa monarchia – e confessa la sua sconfitta.Joseph Roth, La Cripta dei Cappuccini, Adelphi, p.195.

In: http://www.eseresi.it/autori_da_salvare/roth.htm

domenica 30 gennaio 2011

mercoledì 26 gennaio 2011

27 GENNAIO - Giornata della memoria

LA PAURA
Eva Pickova *
Di nuovo l’orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia ogni altro.
La morte, demone folle brandisce una gelida falce
Che decapita intorno le sue vittime.
I cuori dei padri battono oggi di paura
E le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini..
E preleva le sue decime dal branco.
Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
Vorrei io stesso trovare la morte.
Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore.
Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!

* Eva Pickova nata il 15.5.29, morta il 18.12.43 ad Auschwitz.
La poesia è tratta da: “Terezin - I Disegni e le Poesie dei Bambini nel Campo di Sterminio”,
pubblicato nel 1982, Associazione Italo-Czeca in occasione della mostra itinerante italiana
dei disegni, adesso in mostra permanente al Museo Ebraico di Praga.


I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi.
Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere... Occorre dunque essere diffidenti con chi cerca di convincerci con strumenti diversi dalla ragione, ossia i capi carismatici: dobbiamo essere cauti nel delegare ad altri il nostro giudizio e la nostra volontà.
PRIMO LEVI



lunedì 17 gennaio 2011

Madri ‘tigri’ magari no, ma pecore è peggio.

Ha fatto notizia il saggio della giurista americana di origine cinese Amy Chua, docente a Yale, pubblicato sul Wall Street Journal e intitolato “Inno di battaglia della madre tigre”.
Vi si sostiene che se si vuole ottenere risultati d’eccellenza nell’educazione dei figli occorrono una disciplina di ferro da parte dei genitori e la massima determinazione da parte dei figli nel conseguimento dell’obiettivo, per esempio quello di essere il migliore della classe, possibilmente in tutte le materie. Così, niente TV, palmari, messaggini, riunioni con amici, e molta capacità di sacrificio, applicazione negli studi, autodisciplina. Il tutto imposto ai figli in particolare dalla madre, che li segue più da vicino: una madre che deve comportarsi da ‘tigre’, sostiene Chua, se vuol fare davvero il loro interesse.
E’ sorprendente che la prof sino-americana sia riuscita a imporre tutto ciò a sua figlia, come scrive nel suo saggio, perché il contesto della scuola USA, e più in generale della società americana, non si presta certo a pratiche di questo genere. Può darsi – mancano notizie dettagliate in proposito – che la Chua si sia avvalsa di metodologie di insegnamento/apprendimento estremamente individualizzate come quelle dello homeschooling, abbastanza diffuso negli USA. Ma alle spalle delle scelte educative di questa ‘madre tigre’ si avverte una concezione della scuola e del ‘dovere’ tipica delle società e delle culture dell’estremo Oriente: quella che consente agli studenti cinesi e coreani di piazzarsi ai primi posti nelle indagini comparative IEA e OCSE-PISA.
Un modello difficilmente esportabile, perché affonda le sue radici in culture plurisecolari e in un senso del ‘dovere’ ormai sconosciuto nelle permissive e iperprotettive società consumistiche del mondo ‘occidentale’. Dove troppe madri ‘pecora’ (salvo diventare ‘iene’ con gli insegnanti se danno un brutto voto a propri figli ‘asini’) finiscono però per fare più danni delle madri ‘tigri’.

In "Tuttoscuola-news", n. 271/2011.

domenica 9 gennaio 2011

Buon rientro.


Raffaello Sanzio, La scuola di Atene
Musei Vaticani

sabato 8 gennaio 2011

Ora esatta.






Nullum est iam dictum quod non dictum sit prius. Terenzio
(Niente è detto che non sia stato detto prima).

Letture.


Una semplice parabola che rivela una profonda verità sul cambiamento.Una storia divertente e istruttiva su quattro personaggi che vivono in un "labirinto" e sono alla costante ricerca di un "Formaggio" che li nutra e li faccia vivere felici.Il Formaggio è la metafora di quello che vorremmo avere dalla vita: un buon lavoro, un rapporto d' amore, soldi, salute, serenità d' animo. Il Labirinto è il luogo in cui cerchiamo quello che desideriamo: l' azienda in cui lavoriamo, la famiglia, la comunità in cui viviamo.I personaggi si trovano a fronteggiare dei cambiamenti inattesi ma il modo in cui li gestiranno porterà loro a subire meno stress e ad avere più successo nel lavoro e nella vita.Siete in un momento della vostra esistenza che prevede un cambiamento? Volete cambiare lavoro? Ogni tanto vi capita di pensare che sarebbe bello cambiare vita, ma farlo vi spaventa? Vi chiedete se ciò che avete sia proprio quello che volete? "Chi ha spostato il mio Formaggio?" di Spencer Johnson non e' un manuale di comportamento e neanche un pesante libro di psicologia che vi costringa a una lettura impegnativa e noiosa. E' un libretto che si legge in pochissimo tempo, una favola. Sì proprio una favola tanto che la si può leggere anche ai bambini divertendoli con le avventure di due topolini, Nasofino e Trottolino, e di due gnomi, Tentenna e Ridolino che vivono in un Labirinto.Spencer Johnson ci parla di cose semplici usando una semplice simbologia in cui il Labirinto rappresenta la nostra vita, con il suo cammino mai lineare, e il Formaggio rappresenta ciò che per noi è importante e che ci fa vivere bene. Il libro non contiene concetti rivoluzionari ma ci dice cose che dovremmo già sapere, ma che, nei momenti in cui ci troviamo in una situazione in cui qualcuno o qualcosa ha spostato il nostro Formaggio, non abbiamo la lucidità di considerare.Certo, non per tutti è così; ci sono quelle persone "istintive" che, come Nasofino, sentono arrivare i cambiamenti e che sono pronte a reagire prima che gli eventi li costringano a farlo; ma ci sono anche molti che, come Tentenna, non guardano in faccia la realtà e, schiavi delle abitudini e dei preconcetti, rimangono infangati in situazioni compromesse, ostinandosi a sperare che qualcosa, prima o poi, cambierà. Poi ci sono quelli come Ridolino che sono timorosi, non hanno la sensibilità di Nasofino, nè l'energia di Trottolino e che rischiano di farsi condizionare dai tipi come Tentenna. Così esitano, limitati dalla paura di guardare fuori nel Labirinto, ma che, se stimolati, riescono a prendere un po' di coraggio e finalmente si muovono e si riscoprono ancora capaci di partire alla ricerca del loro Nuovo Formaggio.

Spencer Johnson è ideatore e coautore di L'One Minute Manager, il più conosciuto metodo di management del mondo, e autore di Chi ha spostato il mio formaggio? Dopo essersi laureato in Psicologia e Medicina in California, ha esercitato la professione presso la Harvard Medical School. Successivamente ha ricoperto in grosse aziende incarichi di responsabilità inerenti alla ricerca e alla divulgazione medico-scientifica e ha fondato una propria società di comunicazione. I suoi libri hanno venduto più di 11 milioni di cpie e sono stati tradotti in 21 lingue.

Letture.


ECO UMBERTO, Il cimitero di Praga, Milano, Bompiani, 2010.


http://it.wikipedia.org/wiki/Il_cimitero_di_Praga

martedì 28 dicembre 2010

Buon Natale



"Lo avvolse in fasce
e lo depose in una mangiatoia
perchè non c'era posto per loro
nell'albergo" (Luca, II, 7)












Nonna Lena
Non avevamo ancora il televisore e la conclusione della giornata era molto diversa da come oggi siamo abituati.
Scendevamo tutti dalla nonna. La sua cucina dopo cena – e allora si cenava presto, verso le sei di sera – si riempiva di nipoti. Oltre ai miei due fratelli arrivavano dai piani superiori anche i miei cuginetti Rosa e Sergio, e, spesso, qualche vicino.
Nonna Lena sembrava sempre sorpresa di vederci e ci accoglieva con un cerimoniale molto affettuoso assegnandoci, ogni sera, un posto diverso vicino al camino. Ormai la casa si riscaldava con una grossa stufa a legna, detta cucina economica, ma lei continuava ad assegnare il centro della vita domestica al camino che in questi tempi trasformava in uno scenario suggestivo di presepe. Era una vera artista; riusciva sempre a stupirci. Dapprima teneva il tutto nascosto dalla tendina, solitamente legata ai lati con grazia e, inaspettatamente, verso l’Immacolata, chiusa. Ma il sipario dopo qualche giorno si apriva e un paesaggio ogni anno diverso si presentava ai nostri occhi. Non tralasciava il minimo particolare, il cielo notturno e stellato, pieno di astri brillanti e luminosi, la cometa dominante sullo sfondo, gli alberi di un bosco all’orizzonte, le case del villaggio alla destra, la stradina sassosa e bianca, di vera ghiaia, che si srotolava a biscia come le strade di montagna, il pozzo all’angolo, lo stagno che brillava di acqua ghiacciata (in verità un frammento di specchio rotto) e in posizione centrale, la capanna, la sua specialità. Ogni anno la casupola era diversa, elaborata, ricercata, con colonne cadenti, travi sporgenti, coperta di un tetto precario ed incerto, riempita di fieno e paglia. E poi il muschio: soffice, verde, verde oliva, verde scuro, quasi marron… verde muschio!
A noi toccava scegliere da uno scatolone i personaggi, ragionarne il ruolo, descrivere la funzione, discutere sul compito e collocarli al posto giusto. Lei, sapiente e abile regista, dosava questa operazione con parsimonia e in parti eguali, cercando di impegnarci, quasi a sgranare un calendario dell’Avvento, fino alla vigilia quando ci rimaneva da posare solo il Bambinello.
Mentre lavoravamo attivi, tesi e pieni di fervore, trovava ogni sera una qualcosa da raccontarci. Il primo racconto era sempre il ricordo del ceppo, che ardeva fin quando nonno Gidio lavorava in squero, proprio ove ora costruivamo il presepe. Poi ricordava di quando era piccola e il presepe si riduceva alla Sacra Famiglia ritagliata su sagome di carta e appesa alle pareti delle scale, come ora si fa nelle scuole, o di quando fu applaudita da tutte le sue compagne di calle perché aveva avuto l’idea di ritagliare delle stelle comete di carta colorata e incollarle alla finestre della cucina illuminando il tutto con due mozziconi di candela. Effettivamente è stata una bella suggestione anche perché la calle era priva di illuminazione pubblica e l’effetto fu efficace.
Ma non ci lasciava andare a casa senza offrirci un quadrettino del dolce natalizio della nostra gente: la smegiassa. Era il suo piatto forte natalizio e con orgoglio diceva che il nostro dolce era molto più ricco del panettone. Infatti ci ricordava la ricetta: oltre l’uvetta e le bucce d’arancia candite noi avevamo: i pinoli, le mele, la zucca e la melassa, che si aggiungevano alla farina ed al burro. Con orgoglio diceva che era un piatto nobile e ricco che si poteva permettere solo a Natale e che se ci fosse stata una gara di dolci natalizi lei avrebbe voluto parteciparvi sfidando la pinza di Venezia, la cubaita ligure, la gubana friulana, il pandoro di Verona, il panforte di Siena, il panpepato di Ferrara e di Urbino, lo strudel degli austriaci e ovviamente il panettone che, ci ricordava con precisione non era di Motta o Alemagna (le sole due marche note a quel tempo) ma il dolce tipico di Milano. E qui sfoderava una cultura antica e precisa rammentandoci che si trattava in fin dei conti di un pane augurale, diverso dal comune, che si confezionava per sottolineare la solennità e l’importanza della festa natalizia. Si cercava di rendere prezioso l’alimento aggiungendo spezie e ingredienti che simboleggiavano la prosperità e i doni dei magi. Ci ricordava che sin dall’antichità in questo periodo ogni famiglia preparava tre pani grandi, diversi da quelli che si mangiavano durante il resto dell’anno, che ogni Pater familias (capofamiglia) tagliava e distribuiva ai presenti nel corso della celebrazione del “rito del ciocco” durante la veglia (vigilia dal latino) di Natale.
Proprio la vigilia voleva i nipoti a tavola e ci offriva un assaggio di anguilla in umido con polenta gialla di mais. Diceva che senza quell’assaggio non potevamo gustare il vero Natale… Ora che sono grande so che aveva ragione perché sin dall’inizio i cristiani usavano il pesce per distinguersi e proprio il pesce sin dalla notte dei tempi è sempre stato l’alimento presente nei momenti di preparazione e attesa come appunto l’ultima sera della novena natalizia.
Ora la nonna non c’è più, ma ogni Natale ritorna nel cuore di noi nipoti che cerchiamo di ripetere il suo lavoro, ci attardiamo con i bambini e con gioia raccontiamo queste cose. All’inizio ci guardano con occhi stupiti e lontani ma sempre colgono maggior profondità nelle semplici azioni che da secoli si ripetono.
LUIGI DE PERINI











sabato 20 novembre 2010

martedì 31 agosto 2010

Letture.


ENZO BIAGI, Consigli per un paese normale, Milano, Rizzoli, 2010.



Dopo la clamorosa, forzata rimozione del suo Fatto dai palinsesti Rai, Enzo Biagi continuò lontano dagli schermi la sua attività di giornalista. Tra le varie testate con cui collaborava c’era “Oggi”, settimanale su cui teneva la rubrica “Il fatto della settimana”. Basandosi su una notizia che lo aveva particolarmente colpito, o prendendo spunto dalle sollecitazioni che gli giungevano dai lettori, Biagi conduceva riflessioni concrete e costruttive sull’Italia, sulle sue manchevolezze e sulle strade da seguire per farla diventare finalmente un Paese normale. Rilette a distanza di anni, le sue considerazioni mantengono tutta la loro attualità e suonano ancora più urgenti e necessarie. E colpiscono per le parole chiave attorno a cui si sviluppa il pensiero dell’autore: merito, onestà, rispetto, impegno; concetti che mai come oggi necessitano della limpida forza di un giornalismo alla Biagi, capace di educare e rendere migliore chi lo legge.

Bragozzo Chioggiotto.

Laguna del Lusenzo, primi anni del Novecento.

venerdì 27 agosto 2010

giovedì 26 agosto 2010

Letture.


José Saramago, Tutti i nomi, Torino, Einaudi, 1998.




Il Signor José è un modesto impiegato presso la Conservatoria Generale dell'Anagrafe, il cui unico svago è quello di collezionare notizie su persone famose ritagliate dai giornali. Un giorno, tuttavia, decide di andare alla fonte delle notizie e di verificare i dati di ciascuno dei personaggi collezionati: si introduce di notte negli immensi e polverosi archivi della Conservatoria e casualmente scopre che fra le varie pratiche si è intrufolata la scheda di una donna sconosciuta. Da quel momento, la sua vita cambia...




La recensione de L'Indice

di Martinetto, V., L'Indice 1998, n.10


A due anni dall'uscita di "Cecità" (Einaudi, 1996, ed. orig. 1995; cfr. "L'Indice", 1996, n. 9), Saramago è di nuovo in libreria con un romanzo che anche a occhi chiusi si riconoscerebbe come suo: ingredienti, intreccio, struttura narrativa, stile. Per chi ama Saramago, quindi, nessuna sorpresa, ma il piacere di ritrovarlo, quel che si dice una garanzia. Come in romanzi precedenti, anche qui l'autore sviluppa la narrazione giocando fra due poli antitetici: l'iperrealismo e il paradosso. Quando parlo di iperrealismo, in Saramago, mi riferisco a una precisione quasi maniacale del dettaglio, una sorta di tic minimalista, che lo porta a scegliere argomenti a prima vista banali e a soffermarsi, lungo la narrazione, su gesti triviali dell'esistenza - una rasatura mattutina, la preparazione di una tavola, il menù consumato, l'attenzione alla piega di un vestito, al modo di infilarsi sotto le coperte, per poi sconvolgerli, attingendo alla tradizione del fantastico, nel metterli in relazione con qualche avvenimento assurdo, quando non surreale, che è ciò che innesca l'azione.Se nel romanzo precedente questo evento era l'improvvisa epidemia di cecità che colpisce in una giornata qualunque i cittadini di una città qualunque, in "Tutti i nomi" è un'inspiegabile ossessione che si impadronisce di un certo signor José, modesto impiegato della Conservatoria generale dell'Anagrafe di una - anche qui - non ben identificata città. L'ossessione, che condurrà ad avventure impensabili un uomo dalla condotta ineccepibile, scapolo, di mezz'età, dedito al lavoro e al rispetto delle gerarchie, insomma un Pessoa senza genialità, è quella di ricostruire la storia di una donna anch'essa qualunque, sulla cui scheda - che in Anagrafe reca soltanto nome, data e luogo di nascita e poco più - si sofferma un giorno, per caso, l'occhio dello scritturale, malgrado la consumata routine di riordinare quotidianamente centinaia di schede, senza notarle neppure.Ecco il cuore che farà pulsare il romanzo: l'irrazionale accanimento con cui il protagonista si metterà sulle tracce della sconosciuta, assumendo le spoglie di uno stravagante investigatore che per portare a termine la propria ricerca rischia salute e dignità con insospettabili trasgressioni ai principi di una vita trascorsa nello zelo per il proprio lavoro, senza che, come nel genere poliziesco, vi sia una motivazione forte. Anzi la motivazione è talmente irrisoria e insensata da conferire a tutta la storia valenze paradigmatiche, alla cui interpretazione il lettore potrà liberamente applicarsi.L'atmosfera angosciosa e quasi onirica che emana dalla vicenda del signor José, narrata nello stile freddamente limpido, più razionale che viscerale, di Saramago, suggerisce del resto affinità con l'universo kafkiano. Come un Joseph K. volontario, il protagonista di "Tutti i nomi", si crea gratuitamente una vicenda che è tanto più assurda quanto più il procedere dell'immotivata ricerca lo porterà a dover affrontare lo spettro dell'impotenza: la donna che cercava è morta suicida proprio in quei giorni, ed egli ne avrà notizia, semplicemente, dall'avvenuto trasferimento della sua scheda dall'archivio dei vivi a quello dei morti. Tuttavia, l'ostinazione del signor José non verrà meno, la sua ricerca continuerà "post mortem", con quel "penchant" tutto portoghese per i cimiteri. E lo scioglimento del romanzo riserverà una sorpresa, come solo i romanzi ben architettati possono fare.

Letture.




Gian Antonio Stella, Il maetro magro, Milano, Rizzoli, 2005.


Mettere insieme, un alunno dopo l'altro, una classe di adulti analfabeti: questo cerca di fare Ariosto Aliquò, detto Osto. Figlio di un tappezziere puparo che dopo uno sgarbo involontario a un boss mafioso si è visto incendiare il teatro, Osto emigra dalla Sicilia in una terra ancora più povera, il Polesine: cerca di rastrellare gli scolari necessari a guadagnare, in base a una vecchia legge, il diritto a quello stipendio ridotto che spetta ai "maestri magri". Lì conosce Ines, una giovane vedova di guerra. E lì, in un mondo sospeso tra la terra e l'acqua, nasce un amore forte, malinconico e allegro. Il libro è il primo romanzo del noto giornalista, inviato del "Corriere della Sera".